Unione Italiana Lavoratori della Chimica dell'Energia e del Manifatturiero 


 

2003

Anno Internazionale

dell’Acqua

 

Acqua

un bisogno fondamentale:

Come garantirla

Quali le regole

Quali i ruoli per gli operatori

 

 

Relazione

a cura del Segretario Nazionale UILCEM

Michele Polizzi

  

Roma, 25 giugno 2003

Palazzetto delle Carte Geografiche

Via Napoli, 3

 

Con il patrocinio del Centro d’Informazione della Nazioni Unite – Roma

 

 

 

 

Impropriamente il nostro Pianeta si chiama “terra”, dovrebbe invece chiamarsi “acqua”; non solo perché questo elemento ne occupa la stragrande maggioranza, ma anche perché è l’unico pianeta dell’universo conosciuto che ne contenga una così grande quantità, in tutte le sue forme, solida, liquida e gassosa.

Un professore universitario esperto d’idrobiologia riassumeva i problemi delle acque affermando che “L’acqua è: qualche volta troppa, spesso poca, molto spesso inquinata”.

Tale sintetica affermazione riassume pienamente i problemi che abbiamo di fronte: sia a livello mondiale sia a livello locale.

Il “troppo”, è causato dall’incuria umana che, in maniera indiscriminata, ha cementificato, disboscato, inquinato, modificando radicalmente la morfologia del paesaggio, le caratteristiche idriche dei sistemi fluviali.

In conseguenza di ciò anche solo un forte temporale può avere effetti disastrosi.

Il “poco”, riguarda essenzialmente l’acqua dolce. Disponibile sulla Terra solo in una piccola percentuale; di questa, solo meno dell’1% può essere utilizzata dall’uomo. Infatti, la quantità maggiore d’acqua dolce è concentrata nelle calotte glaciali.

Essa, con l’aumento della popolazione e delle sempre crescenti esigenze umane e alimentari, diventa sempre più elemento discriminante e limitante per la possibilità di produrre sufficienti alimenti.

Fin dalla comparsa dell’uomo sulla terra, ma ancor di più oggi, la carenza dell’acqua e la lotta per il suo controllo è uno dei principali fattori di guerra nel mondo.

Si ritiene plausibile che i conflitti futuri saranno determinati dal controllo delle risorse idriche.

Sicuramente il conflitto Israeliano/ Palestinese non è scoppiato per il controllo delle acque esistenti sulle alture del Golan, ma ne è certamente uno dei fattori che né impedisce la risoluzione.

Si può affermare che la risorsa acqua ha già raggiunto e superato il livello d’importanza dell’energia.

Gli studi sul rapporto tra acqua e agricoltura prevedono per il decennio 2020/2030, una crisi di carattere mondiale per la carenza di cereali.

Si calcola che per allora, la sola Cina avrà la necessità di importare più cereali di quanti oggi se ne esportano in tutto il mondo.

 

Nei Paesi industrializzati la richiesta d’acqua cresce a dismisura; negli Stati Uniti d’America il fiume Colorado, che ha scavato nei millenni il Grand Cayon, per alcuni mesi l’anno non arriva alla foce, nel golfo di California, perché attraversando l’Arizona, il Nevada e la California è prosciugato interamente dagli ingenti prelievi.

Analoga sorte subisce il fiume Giallo in Cina.

La carenza quantitativa è aggravata dal peggioramento della qualità che ne limita gli usi possibili.

L’”inquinamento” delle acque è tra le cause del peggioramento della qualità ambientale e della qualità della vita degli uomini, degli animali e della vegetazione.

I ricchi paesi occidentali mancano sostanzialmente della “cultura dell’acqua”.

Da questo nasce l’esigenza che questo anno, il 2003, dedicato all’acqua, sia occasione di dibattiti ed iniziative per accrescere la conoscenza sull’argomento; per motivare le persone e per trovare le risorse atte a soddisfare le necessità umane fondamentali. Avendo attenzione alle questioni globali, non trascurando però i problemi di casa nostra.

In questo mio intervento cercheremo di presentare sinteticamente alcuni elementi conoscitivi sulla situazione internazionale e italiana, aggiungendovi qualche riflessione.

 

ALLARME MONDIALE

 

Secondo l’Unesco il pianeta sarà abitato da otto miliardi e 300 milioni di persone nel 2025 e tra i dieci e i dodici miliardi nel 2050. Entro il 2020, secondo l’Unep, l’Agenzia ambientale delle Nazioni Unite, il fabbisogno dell’acqua aumenterà del 40%.

Un miliardo e duecento milioni di persone, cioè il 20% dell’umanità, già oggi non dispone d’acqua per condurre una vita “normale”.

In molte aree dell’Africa, donne e bambini devono compiere, a piedi, molti chilometri al giorno per approvvigionarsi d’acqua.

Il 40% della popolazione del pianeta non dispone d’impianti igienici adeguati.

Ogni giorno muoiono circa 6.000 persone per malattie causate da acqua inquinata, da impianti sanitari fatiscenti e da livelli d’igiene inadeguati.

Per fare un esempio pratico ed allo stesso tempo teatrale: uno sciacquone della toilette, in un paese occidentale, consuma una quantità d’acqua equivalente a quella che, nei paesi in via di sviluppo, una persona impiega per bere, lavare, pulire e cucinare nell’arco di un’intera giornata.

In Eritrea, dove ormai persiste da anni una catastrofica siccità, se non cambieranno le condizioni atmosferiche o non s’interverrà in maniera rapida, congrua ed efficace con aiuti internazionali, alla fine del 2003 si conteranno più di 2,5 milioni di vittime.

Il terzo forum Mondiale sull’acqua, che si è tenuto a Kyoto, aveva lo scopo di reperire il danaro, stabilire modi e risorse, per raggiungere l’obiettivo di dimezzare entro il 2015 il numero degli individui attualmente privi d’acqua potabile.

Purtroppo non si è registrato nessun significativo passo in avanti rispetto agli obiettivi prefissati.

Il documento finale è un insieme di frasi fatte: …”dare priorità ai problemi dell’acqua è una necessità mondiale e urgente” ed inoltre …. “l’acqua è una forza motrice dello sviluppo sostenibile e dello sradicamento della povertà e della fame”.

Dichiarazioni in stridente contrasto con i fatti. Per dimezzare il numero di persone senza accesso all’acqua pulita occorrerebbero 180 miliardi d’euro all’anno, più del doppio degli 80 miliardi che si spendono attualmente, tra l’altro in modo anche poco efficace.

La mancata indicazione delle risorse finanziarie necessarie a vincere la guerra contro la sete è una delle grandi omissioni del forum.

Gli obiettivi restano sempre gli stessi, ma la data, per la soluzione dei problemi, slitta sempre più avanti.

Nel primo vertice della Terra, tenuto a Rio de Janeiro nel 1992, la soluzione del problema acqua era prevista per il 2000; nel secondo vertice tenuto a Joannesburg nel 2002 la “guarigione dalla sete” era rimandata al 2015 ed ora, forse, a non prima del 2025.

  

L’ACQUA IN ITALIA

 

L’Italia non è esente dall’emergenza acqua, che colpisce e che potrebbe colpire con sempre maggiore intensità nei prossimi decenni il nostro pianeta.

 Si stima che il 14% degli italiani subisca irregolarità nell’erogazione idrica (con punte del 30% in Calabria e del 45% in Sicilia).

E’ anche vero che i consumi domestici pro-capite, secondo i dati del Comitato di Vigilanza sull’uso delle risorse idriche, toccano una media di 250-280 litri al giorno.

Il valore più elevato tra quelli dei Paesi Europei ed il terzo solo dopo Stati Uniti D’America e Canada.

L’Italia  è un Paese tra i più ricchi d’acqua del mondo, risulta al 2° posto in Europa come rapporto tra acqua prelevata e disponibilità della risorsa idrica.

Nonostante questo, vi sono notevoli carenze di disponibilità delle risorse.

La mancanza di disponibilità d’acqua è imputabile ovviamente ad una disomogenea distribuzione delle precipitazioni, ma anche ad un uso irrazionale dell’acqua e ad una sua cattiva gestione.

Le Regioni del nord dell’Italia hanno acqua in abbondanza, il doppio di quanta serva, il sud utilizza metà di quanta gliene occorre.

Tra le città italiane Torino è quella che consuma più acqua per abitante, mentre Firenze è quella che né consuma meno.

Per quanto riguarda l’uso industriale l’Italia ha uno dei peggiori indici di consumo d’acqua per unità di prodotto: in Europa con un metro cubo d’acqua mediamente si producono beni per un valore di circa 96 euro; in Italia solo per 41 euro/metro cubo, contro circa 120 della Germania o i 200 dell’Olanda.

Anche per quanto riguarda l’agricoltura, che nel nostro paese consuma tra il 60-70% di tutta l’acqua prelevata, le cose non vanno bene; siamo, infatti, uno dei paesi che consuma la più alta quantità d’acqua per ettaro irrigato.

Ciò avviene non solo per un semplice problema di disponibilità, e di basso costo, ma spesso anche per un uso irrazionale e per una cattiva gestione.

Basti, infatti, pensare agli usi impropri di questa risorsa pregiata o allo spreco derivante dalle perdite dei nostri acquedotti.

Infatti, da un lato sono usati sistemi irrigui poco efficienti e poco attenti agli sprechi, dall’altro le perdite degli acquedotti sono mediamente dell’ordine del 30%, con punte superiori al 50%.

Ciò vuol affermare che basterebbe riportare la perdita media degli acquedotti italiani al 10%, attestandoci sulle perdite medie a livello europeo, per avere un aumento della disponibilità della risorsa di circa il 30% sul territorio nazionale; con valori che vanno dal 20% del nord-ovest dell’Italia, all’oltre 40% in Sardegna.

Un altro tra gli sprechi d’acqua più evidenti è, a sorpresa, quello dell’acqua “sporca” che è buttata via senza tanti riguardi. Procurando spesso danni ai corsi d’acqua, all’ambiente che li circonda comprese le falde freatiche. 

Se l’acqua di scarico degli usi domestici d’Italia fosse, tutta riciclata per l’agricoltura si avrebbe un risparmio di circa 1.500 milioni di metri/cubi, ossia una quantità d’acqua pari a quella che è raccolta negli invasi dell’intera Puglia e della Basilicata messi assieme.

Si dovrà inoltre fare in modo che l’acqua potabile non sia più usata per la pulizia delle strade, per irrigare i giardini e per tutti quegli usi in cui non si richiedono particolari garanzie di qualità.

Interventi da  compiere ve ne sono tanti, occorre soprattutto la volontà politica d’effettuarli.

Al fine di assicurare una visione d’insieme della situazione concernente l’acqua e una strategia complessiva per l’uso delle risorse idriche, è stato formulato il concetto della gestione integrata delle risorse idriche a livello di bacino.

Si tratta del quadro d’insieme delle risorse idriche disponibili in un’area specifica, basato su un livello di conoscenze ed informazioni indispensabili per equilibrare le varie forme d’utilizzo, tenendo conto dei limiti, della disponibilità sostenibile e del ciclo idrologico naturale.

Al Regio decreto n° 1.775 del 1933, va riconosciuto l’importante compito di aver affermato, per la prima volta, il principio che tutte le acque superficiali, comprese le acque sotterranee, sono definite bene pubblico.

Per questo c’è la necessità dell’intervento della Pubblica Amministrazione, nel regolare le concessioni in modo che, la risorsa, debba essere utilizzata secondo criteri di solidarietà.

Il Decreto però non è stato pensato in relazione alla tutela della risorsa: ne è l’esempio il fatto che per quanto riguarda la struttura tariffaria (che è tuttora vigente), non si tiene alcun conto né della necessità di risparmiare l’acqua, né di quella di restituirla non inquinata. D’altronde facciamo riferimento ad una Legge del 1933.

Lo hanno ribadito, da allora, almeno altre due normative fondamentali.

La prima, la cosiddetta Legge Galli, la n° 36/94, che ha gettato le basi per la gestione dell’intero ciclo idrico:

 

Mediante l’individuazione di A.T.O. - Ambiti Territoriali Ottimali -, al fine di superare la frammentazione delle gestioni locali, realizzando economie tali da coprire i costi di gestione e remunerando il capitale investito;

Mediante l’istituzione di un’Autorità d’Ambito per ciascun    A.T.O. con il compito di organizzare il Servizio Idrico Integrato, individuarne il soggetto gestore, vigilare sull’attività di quest’ ultimo e determinare le tariffe per i servizi idrici.

 

Al momento,  fino alla completa entrata a regime della Legge Galli, le tariffe sono individuate dal CIPE che provvede, ogni anno, ad aggiornare una metodologia tariffaria da applicare per tutti quei soggetti che gestiscono i servizi idrici.

Tale circostanza ha fatto sì che tale provvedimento risultasse un disincentivo all’ applicazione delle Legge.

Ai sensi della Legge Galli, la tariffa costituisce il corrispettivo del servizio e la stessa deve essere determinata tenendo conto di una pluralità di fattori:

 1.    La qualità della risorsa idrica e del servizio fornito.

2.    Le opere e gli adeguamenti necessari.

3.    L’entità dei costi di gestione delle opere.

4.    L’adeguatezza della remunerazione del capitale investito ed i costi di gestione.

 Detti fattori devono essere valutati, peraltro, anche in relazione al piano finanziario degli investimenti, alla tariffa di riferimento, che rappresenta l’insieme dei criteri e delle condizioni cui l’Autorità d’Ambito dovrà attenersi nello stabilire la tariffa reale media della gestione.

Il meccanismo tariffario in questione dovrebbe permettere, entro limiti predeterminati, l’integrale copertura dei costi sostenuti dal Gestore del Servizio, inclusa una remunerazione del capitale investito.

E’ inoltre previsto il confronto tra i costi operativi normalizzati e quelli reali previsti nel piano finanziario, in base al quale sono determinate le riduzioni di costo finalizzate al progressivo recupero di efficienza.

Come già in precedenza citato, dopo nove anni dalla sua emanazione, la Legge ancora non ha trovato la sua totale applicazione, nonostante siano già stati costituiti i 91 ambiti previsti dalle Leggi regionali.

La seconda,  è il Decreto legislativo sugli scarichi e la tutela delle acque, il n° 152/1999, che tra l’altro consente alle regioni di abbassare i limiti di emissione, di quasi tutte le tabelle contenute nell’allegato 5, fatta eccezione per quelli elencati nella tabella  3A e 5, riferite alle sostanze più pericolose.

Questo Decreto, insieme alla Legge Galli, segnano, almeno formalmente, un’importante evoluzione giuridico-normativa nella definizione del concetto di gestione sotto la regia pubblica di una risorsa  preziosa, che deve essere accessibile a tutti.

Dopo la Legge 36/94 sono stati emanati altri provvedimenti che interagiscono con essa, per facilitarne l’attuazione.  

Primo fra questi è la Legge finanziaria del 2001, che ha stanziato fondi consistenti per finanziare programmi d’investimento e per ottimizzare l’uso idropotabile.

Inoltre sono stati previsti la creazione di piani stralcio, per accelerare lo sviluppo del servizio idrico, e Piani d’Ambito,  per effetto dei quali si ha un minor aggravio sulla tariffa del servizio, potendo utilizzare anche fondi, messi a disposizione dal Quadro Comunitario di Sostegno 2000-2003, approvati dalla Commissione Europea.

Nel mese di novembre 2001 è stato emanato il D.M. 22/11/2001 che stabilisce, in attuazione dell’art. 20 della legge 36/94, le regole per la concessione a terzi del servizio idrico.

Il Decreto prevede che la scelta del gestore sia effettuata mediante gara pubblica. 

Ma è stato sufficiente l’art. 35 della legge finanziaria del 2002 per minare il concetto di bene pubblico, almeno per quanto riguarda le attività di captazione, adduzione e distribuzione, aprendo la strada alla privatizzazione delle risorse.

In sostanza è stato stabilito l’affidamento diretto, senza gara, dei servizi pubblici locali a rilevanza industriale.

Il provvedimento indica un modello preferenziale di gestione del servizio integrato, tramite la trasformazione (entro il termine del 30 giugno 2003) delle aziende speciali e dei consorzi pubblici in società di capitali (S.p.A.) che, pur controllate da enti pubblici locali, sono soggetti di diritto privato, che possono essere partecipati da aziende private.

Questo modello sembra avere il vantaggio di far intervenire capitali privati e di evitare le gare previste per la concessione a terzi.

Infatti, mettendo in gara la quota di minoranza della S.p.A. si evitano le gare per l’affidamento della gestione.

Questa strada apre però qualche contraddizione; infatti, l’Ente pubblico, che dovrebbe svolgere il ruolo di regolatore, si trova anche nelle vesti di socio di maggioranza dell’azienda che gestisce il servizio.

Ci si potrebbe trovare di fronte ad un conflitto d’interesse dove, lo stesso Ente, dovrebbe scegliere tra il prestare maggiore attenzione agli interessi dell’azienda o viceversa a quelli della collettività.

I fautori della privatizzazione più spinta sostengono che,  è  preferibile una completa privatizzazione che garantirebbe così una migliore separazione dei ruoli.

Non sembra comunque valida l’equazione: privatizzazione uguale efficienza e migliore qualità.

In effetti, tutto dipende da due elementi: la capacità  del controllo democratico degli interessi, delle necessità della collettività e la chiarezza degli obiettivi delle autorità di governo.

Il medesimo art. 35 ha soppiantato il Disegno di Legge Atto camera n° 7042, meglio conosciuto come il “Vigneri-Napolitano” sulla riforma dei servizi pubblici, introducendo una forte spinta liberalizzatrice per il settore idrico.

Inoltre il Disegno di legge, conteneva un’eccellente “clausola sociale” a tutela degli addetti del settore che, con l’approvazione della legge finanziaria, è stata definitivamente cassata.

Quella clausola sociale non è stata più ripresentata, causando preoccupazione e incertezza tra le decine di migliaia di lavoratori del settore.

Ad oggi, non c’è nessuna Legge che vincola le imprese concessionarie subentranti ad applicare il contratto unico di settore, faticosamente conquistato dalle OO. SS. confederali, e a farsi carico della continuità occupazionale del personale della società che perde il servizio di concessione.

Come UILCEM ci stiamo facendo carico, unitamente a FNLE e FEMCA, nelle sedi competenti per la reintroduzione di clausole sociali che sopperiscano a tale grave carenza.

Qualche considerazione su esempi esteri può essere significativa.

La condizione francese è particolare.

Infatti, in una situazione di forte monopolio da parte di privati, il costo dei servizi non risente di effetti negativi e la qualità del servizio è buona.

In sostanza, un paio di grosse multinazionali gestiscono la quasi totalità del servizio attraverso la stipulazione di contratti, durata 15-20 anni, con gli Enti Locali, i Comuni.

Negli Stati Uniti D’America, patria del liberismo, la gestione dei servizi idrici è quasi totalmente in mano a soggetti pubblici.

Il tentativo di entrare nel mercato della gestione, fatto da multinazionali Europee, è sostanzialmente fallito. Per altro il servizio è abbastanza buono.

Un fenomeno preoccupante, per il controllo delle risorse idriche mondiali, è costituito dalla crescita delle multinazionali.

Alcuni esperti americani hanno evidenziato che il controllo sulle risorse idriche sta via via passando ai privati. 

Il fenomeno interessa una sessantina di paesi sparsi in tutto il mondo.

Negli ultimi 12 anni, denuncia il rapporto pubblicato dal gruppo d’esperti americani, l’espansione dei “baroni dell’acqua”, le 6 grandi multinazionali che controllano quasi la totalità del mercato mondiale, è stata esponenziale.

Questo  anche grazie all’appoggio della Banca Mondiale e di altre istituzioni finanziarie. 

Questo significa che fatti come quelli avvenuti in Sud Africa nel 1998 potrebbero moltiplicarsi.

In quell’anno, nella zona della costa dei delfini, inizia la privatizzazione degli acquedotti.

Milioni d’abitanti delle periferie e delle baraccopoli che non potevano permettersi di pagare le nuove tariffe, furono costretti a  bere in stagni, pozzi e fiumi inquinati da scarichi umani ed industriali.

Il risultato fu la peggiore epidemia di colera della storia del paese, terminata solo dopo un paio d’anni: si contarono oltre 300 morti e 250 mila infetti.

L’esempio diventa più preoccupante se si pensa che negli ultimi anni le strategie d’espansione di questi gruppi si sono concentrate soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.

Oggi la privatizzazione delle acque è una realtà in almeno 10 paesi africani, nel 1990 erano solo 3, 10 in Asia, 8 in America Latina e 18 in Europa.

Nel vecchio continente, le multinazionali dell’acqua sono presenti soprattutto nelle zone dell’Est.

Questo grazie ai finanziamenti di cui questi gruppi hanno potuto godere dalla Banca Mondiale: 20 miliardi di dollari, che l’istituto ha prestato per progetti connessi all’acqua, negli ultimi 12 anni.

Progetti, contenenti spesso clausole, che prevedevano la privatizzazione degli impianti realizzati, in modo da recuperare più facilmente e celermente l’investimento.

Il business globale delle sei maggiori società è stimato di poco al disotto di tre miliardi di dollari annui.

Di contro il futuro, degli abitanti del pianeta, secondo i dati delle Nazioni Unite sarà sempre più drammatico: si stima che entro il 2025 i due terzi della popolazione mondiale soffriranno per la mancanza d’acqua potabile.

Per un futuro idrico sicuro occorrerà distinguere in maniera netta le politiche e i tipi d’intervento: per quanto riguarda i paesi industrializzati, si può pensare ad una sinergia tra pubblico e privato. Una sorta di partnership tra aziende, per ottenere una organizzazione improntata, come dice la Legge, verso i criteri di efficienza, efficacia ed imprenditorialità.

Mentre per quel che riguarda i paesi in via di sviluppo, le azioni devono orientarsi verso la gestione dell’acqua come bene pubblico; occorrerà trovare nuovi modi per fissare i prezzi dell’acqua e offrire alternative a basso costo.

Riaffermando sempre, con chiarezza e decisione, che l’acqua è un bene comune inalienabile: e questo soprattutto per tutti quei popoli che non possono permettersi, vivendo in condizioni di miseria, l’accesso a un quantitativo minimo d’acqua.

Bisognerà collaborare, ognuno secondo le proprie capacità, ad un’azione che riesca, da prima a raccogliere gli ingenti fondi necessari e poi, finalmente, a trasformare in realtà le parole venute fuori al vertice mondiale di Kyoto.

Inoltre si dovranno promuovere leggi a tutela delle risorse idriche nazionali e internazionali per risanare e preservare i sistemi d’acqua dolce.

Prevedere una normativa sull’acqua che crei un quadro giuridico internazionale per proteggere il patrimonio idrico sulla base dei principi di conservazione ed equità: ci sono beni comuni come l’aria, l’acqua e l’ambiente che non possono essere gestiti solo con una logica di libero mercato, fuori da ogni controllo pubblico.

Che fare concretamente per dare prospettive ad una politica di sviluppo ed umanitaria nel settore dell’acqua?

Come coinvolgere le coscienze individuali, le imprese e gli Organi istituzionali?

La UILCEM propone che attraverso la tariffa dell’acqua, in Italia ed in Europa, a partire dal semestre di Presidenza italiano, trascinando poi in questo processo virtuoso tutti Paesi più industrializzati attraverso un’iniziativa dell’ONU, si attivi l’accumulo di capitali certi e significativi per iniziative certe e significative, da realizzare nelle aree più povere del mondo.

In estrema sintesi proponiamo che nel corpo della tariffa vi sia una quota destinata allo sviluppo ed alla tutela dell’acqua nel mondo, con la creazione di un apposito fondo presso un Ministero, un Commissario europeo, l’ONU.

Da questa quota accessoria dovrebbe essere esentato solo un quantitativo di consumo considerato di base.

Alla costituzione di questo fondo dovranno partecipare, per quota parte gli Utenti, le Società distributrici, lo Stato.

Gli Utenti, con una maggiorazione tariffaria sul consumo superiore a quello di base; le Aziende, trasferendo dal guadagno una quota derivante dall’efficientamento; lo Stato, con una quota derivante dalla tassazione (che sostituirebbe ed incrementerebbe gli attuali contributi in materia).

Con questa scelta si uscirebbe dal “parlare facile” che caratterizza, molte volte, i dibattiti sull’argomento.

Dal “parlare facile” che resta, molte volte, l’unico risultato  prodotto sull’argomento.

Non serve creare altre istituzioni o altre associazioni, serve assicurare a quelle già esistenti un flusso di risorse economiche ingenti e costanti.

Solo così si potranno programmare  interventi mirati e definitivi, uscendo progressivamente dall’emergenza che caratterizza la situazione attuale.  

Alle persone che soffrono della penuria d’acqua o del suo uso improprio e dissennato non servono strette di mano e generici incoraggiamenti: i pozzi  vanno scavati, le tubazioni vanno costruite e controllate, l' acqua va potabilizzata e depurata. Tutto costa.

All'ONU, ma in prima battuta ad ogni Stato o tramite la Comunità europea, sarebbe attribuito il compito di gestire queste risorse per pratiche iniziative: l’Occidente sviluppato darebbe una mano a chi soffre ed a se stesso.

Perché dal riequilibrio mondiale discende il miglioramento qualitativo per tutti gli abitanti della terra, in un mondo che è sempre più caratterizzato da pesanti contraddizioni, ma che è anche, sempre più, un villaggio globale.

Da siciliano concludo citando uno scrittore contemporaneo della mia terra: Camilleri. In un suo recente romanzo, fa dire ad un personaggio che ruota attorno a Montalbano:

“Ma l’acqua non ha forma!” ….”Piglia la  forma che le viene data”.

Questa è una semplice e grande verità.

La natura ci ha offerto l’acqua e con essa la vita: sta a noi  fare in modo di darle la forma per consentire che sia al servizio dell’uomo per uno sviluppo diffuso.

La forma di una goccia che racchiude la vita.

 

 

                                                                                            GRAZIE

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